Perché va bene avere trent’anni, ma anche quaranta o novanta, ed essere single – ovvero da soli, senza un uomo/donna fissi (ma dico, bisogna anche spiegarlo?).

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coraggio / Facebook / paranoia / single

                                     No, un uomo single non è un uomo solo, è, semmai, un uomo da solo.

Aldo Busi

 

Qualche tempo fa mi son detta: “Ho più di trent’anni, devo trovare un uomo”. Ma perché?  “La maggior parte della gente che conosco è accoppiata e la maggior parte di quelli che non lo sono, sono veramente preoccupati di non esserlo”.  Quindi, forse, preoccupata, non avrei dovuto esserlo anche io? E poi è così – non importa quanto tu sia intelligente o indipendente- come uno a un certo punto si rende conto che “deve trovare un lavoro”, o “deve andare a fare la spesa perché il latte è finito”, c’è anche il momento – passati i trent’anni- in cui uno dice “devo trovare la mia dolce metà, la mia anima gemella, il bastone della mia vecchiaia, la ringhiera della mia vita” (questa l’ho inventata io).    Screen Shot 2017-09-25 at 11.03.20

E anche ritenevo – in maniera semplicistica – che, finalmente, trovandolo mi sarei liberata dal pensiero “devo trovare un uomo” e avrei iniziato a concentrarmi su cose più serie (come per esempio il libro che sto cercando di scrivere). Che cazzata! Lo so.          Inoltre, mio desiderio era anche mettere in pace mia nonna, le mie zie, mia madre (e le sue botte di zitella), mio fratello, il vicino di casa, le colleghe, il postino, il bagnino, l’anagrafe e il papa e per, finalmente, porre fine alla domanda idiota “Ma come mai sei single?” o alla ancor peggio consolazione non richiesta – e ripeto non richiesta:   “Non ti preoccupare, incontrerai qualcuno”- quando tu preoccupata non lo sei. E comunque, grazie, cara. Magari incontrerò tuo marito, thank you.

E quante donne, in preda all’ansia e al tic-toc e agli ormoni, appena incontrano un uomo sembrano chiedersi: è lui l’uomo con cui vivrò tutta la mia vita (come se uno fosse sicuro di avere tutta una vita)? Il padre dei miei figli e del mio chihuahua? L’uomo con cui farò colazione la mattina, sesso la sera, scongelerò il freezer e guarderò serie tv bevendo birra o tisane (a seconda che sia lunedì o sabato)? L’uomo che mi raccoglierà  la dentiera da terra, porgendomela con un sorriso e le parole: “Sei bella come il primo giorno”?

Posso dirvelo? Che ansia. Solo al pensiero mi viene l’ansia. Solo al pensiero di essere in cerca dell’UOMO, perché il tempo passa e le rughe aumentano e le ovaie si acquietano, sento una fitta allo stomaco e mi si annebbia la vista.

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“Non sono un uccello; e non c’è rete che possa intrappolarmi: sono una creatura umana libera, con una libera volontà”  “I care for myself. The more solitary, the more friendless, the more unsustained I am, the more I will respect myself.”  Jane Eyre – nella sua ricerca di indipendenza dalla morale comune e dai costumi-  rimane una delle mie eroine preferite.
― Charlotte BrontëJane Eyre

 

Quando ero piccola ero una gran bastian contraria e mi piaceva dire che avrei avuto quattro figli e li avrei cresciuti da me. Lo dicevo per rompere le scatole, per essere libera, per non dover per forza essere come eran tutti, lo dicevo con quella semplicità che può solo avere una bambina che non ne sa molto della vita (e proprio nulla del fattore ormoni e altro), ma che ha fame comunque di esserci, a modo suo. Mi pare che a otto anni fossi abbastanza avanti sui tempi e mi chiedo, se già da piccola avevo il desiderio di vivere la vita a modo mio, perché ora, perché proprio ora mi dovrei  rinchiudere nella paranoia, nella paura della solitudine, nel desiderio di essere – per forza- come di solito bisogna essere a trent’anni? Accoppiata? A dieci e  a vent’anni me ne fregavo – pur con normali momenti di smarrimento-, quindi, perché ora dovrei farne un problema? NO.

E credetemi, mi piacerebbe trovare un uomo, un pari, un compagno, con cui guardare 8 puntate su Netflix e con cui condividere gioie e dolori, ma va bene anche così.

E poi perché le persone, generalmente, non possono accettare che una persona possa essere felice anche da sola? Perché cazzo lo sono, anzi non sono mai stata più serena. Ma non son serena perché son da sola, son serena e basta! Per favore, chiedetemi altre cose. Chiedetemi semplicemente come va, e io vi dirò semplicemente la verità. Bene.

Quindi per ora va bene così, poi si vedrà.

VIVE LA LIBERTE’!

NB: Non comprendo quelle persone che tessono le lodi dell’esser single (come quella che ha sposato se stessa? E beh) o  di quelle che tessono le lodi dell’essere in coppia. Vi son lati positivi e negativi in entrambe le situazioni. Pare ovvio. E poi basta con quei luoghi comuni “Stare in coppia è un lavoro”,  e,  ti guardano, single, come se tu non potessi capire. Darling, anche stare da soli è un lavoro, un lavoro quotidiano come il tuo, credimi. Nessuno regala niente, come, saggiamente, dice mia madre.

 

 

Diario di una schiappa. Come questa città mi ha cambiato in meglio e in peggio: lo sport.

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Se una volta mi avessero detto che sarei stata una di quelle persone che fanno sport prima di andare al lavoro avrei sicuramente riso di gusto. 

Son sempre stata sportiva o abbastanza sportiva (con una pausa universitaria in cui, diciamo, lo sport era l’ultimo dei pensieri, come del resto la salute psicofisica in generale) ma a Londra la mia attività aerobica e anaerobica ha avuto un graduale intensificarsi.

Potete leggere la continuazione dell’articolo qua:

Diario di una schiappa, come questa citta’ mi ha cambiato in meglio e in peggio: lo sport. 

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Missy Elliot. Ready to fight.

 

In un mondo di Kardashian e Laure Pausini, sii una Janis (Joplin)!

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Janis Joplin. The Queen of Blues. Ribelle, incazzata, distruttiva e costruttiva, saggia e infantile. Nel vedere i filmati delle sue interviste, delle sue uscite, mi son detta “ma era una con cui uscire la sera” (forse una sera che sarebbe diventata una settimana). Era una con cui divertirsi. Non solo era Janis Joplin – non che io debba starvi  a spiegare cosa sia stata musicalmente parlando- ma era viva, più viva di tanti vivi (infatti lei disse, a chi la rimproverava del suo uso smodato di alcohol: “Preferisco vivere dieci anni così, che passare tutta la vita come uno zombie”. Questione di scelte, certamente).

 

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Ma io dico, uscireste mai a fare serata con Kim Kardashian o con quell’imbalsamata di Adele o con la Tatangelo? Una noia mortale, anche perché per contratto – credo – non possano ridere, ma debbano sempre mantenere quell’espressione fra ho qualcosa nel fondoschiena che mi irrigidisce e i coniugi Arnolfini. Che dico, anche se ridi, non è che succede qualcosa, neh. E non credo abbiano bisogno che io consigli loro un dentista.

E invece Janis Joplin…Nel bel documentario Janis. Little Girl Blue,  Oh Janis Joplin. E’ tutto un muoversi, e ridere e gridare e parlare che ti viene voglia di stare sempre con lei. Anche se poi, non doveva passarsela proprio bene. Soffriva di solitudine, non riuscendo ad adeguarsi a tornare a casa da sola la sera: “On stage, I make love to 25,000 people – then I go home alone.” Voleva essere amata a tutti i costi da tutti e soprattutto da un lui, che non sembrava trovare. Ma insomma, nulla di strano, a vent’anni. A vent’anni è giusto essere romantici e un po’ disperati, anche se, morire come è morta lei, a soli 27 anni, quello penso superi il romanticismo.

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Era un’autentica, la Janis. Non era etichettabile. Anche gli hippie che facevano gli hippie le stavano sulle balle, anche le femministe, che l’accusavano di essere troppo audace, troppo provocante, sessuale. “What are they talking about? I’m representing everything they want”. Non mi rompete, io cerco solo di essere me stessa. “I don’t want to bullshit myself”.

Questo un passo di una lettera che scrive ai suoi genitori:

‘After you reach a certain level of talent, and quite a few have that talent, the deciding factor is ambition, or as I see it how much you really need – need to be loved, to be proud of yourself… I guess that’s what ambition is; it’s not all a depraved quest for position and money, maybe it’s for love. Lots of love’

I love you, Janis and always I will.

Perché essere normale, quando puoi essere eccentrico? (ma non solo nel vestire, neh): Edith Sitwell.

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Good taste is the worst vice ever invented.

My personal hobbies are reading, listening to music and silence. 

 Edith Sitwell

La Dame inglese Edith Sitwell, poetessa e intellettuale, è sempre stata definita una persona eccentrica, sia per il suo vestiario che per il suo stile di vita e un’acuta dialettica animata da un sottilissimo sarcasmo (sarei pronta a prendermi il suo naso aquilino se quello fosse il prezzo per pareggiare la sua eloquenza in inglese).

images-1Durante l’intervista a Face to Face anno 1959, al giornalista John Freeman che le fa una domanda idiota come “Preferisce la città o la campagna?” (ma io dico hai davanti una che era amica di Virginia Woolf, che ha incontrato Picasso e Marilyn Monroe, una che ha patrocinato e aiutato scrittori come Dylan Thomas e Aldous Huxley, una che è nata in una famiglia di personaggi atipici.. e le chiedi una roba del genere?). Lei risponde:

“La campagna”

“Perché la campagna?”

“Perché lì non ci son persone che mi annoiano con stupide domande”

(e l’intervista non stava avvenendo sicuramente in campagna).

Lei non amava definirsi eccentrica, ma semplicamente più viva della maggior parte delle persone. E se qualcuno le avesse dato per questo della poco modesta.. La modestia? Una dote che le sarebbe piaciuto coltivare, ma ahimè, è sempre stata troppo occupata a riflettere su se stessa. Toh.

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Il mio cane di Schrodinger. Limone Piemonte, Gennaio 2016

Cara Dame Sitwell, non conosco bene le sue poesie, ma sto leggendo il suo English Eccentrics A Gallery of weird and wonderful men and women e mi piace – sebbene un poco ostico per una non madrelingua rincoglionita come me. Alcuni dicono che abbia caricato la mano, che quella carrellata di personaggi sia enfatizzata, ma che importa?

Come scrive Aldo Busi in Vacche Amiche:

“Si mente nella vita, non nel racconto che se ne fa”.

Edith rassomigliava proprio a un personaggio di qualche quadro fiammingo – come una coniuge Arnolfini senza coniuge (ah, della sua vita sentimentale e sessuale, teneva assoluto riserbo, argomento TOP SECRET).

I’m dying, but otherwise I’m in very good health.

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‘By ‘happiness’ I do not mean worldly success or outside approval, though it would be priggish to deny that both these things are most agreeable. I mean the inner consciousness, the inner conviction that one is doing well the thing that one is best fitted to do by nature.’

 

 

 

Florence King e la rivincita delle zitelle.

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E’ morta da pochi giorni Florence King (1936, Washington): scrittrice monarchica, bisessuale (ma che disse di essersi pentita di aver reso pubblica la sua bisessualità perché non voleva far parte di nessun “gay liberation movement”), conservatrice, femminista, agnostica ma episcopale. Ovvero, una grandissima rompiballe. Non per dire, la sua rubrica tenuta per anni su National Review si chiamava The Misanthrope’s Corner.

Se sua era una battaglia, era quella in favore delle donne da sole, delle zitelle, delle spinster.

Spinsterhood is powerful; once a woman is called “that crazy old maid” she can get away with anything.

King riconosceva nella solitudine delle zitelle una forma di libertà non solo dal matrimonio ma nella gestione del proprio tempo. Le donne da sole, negli anni in cui era cresciuta, erano inusuali e viste con diffidenza da chiunque.

 

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Vi lascio alcune sue perle. La prima citazione la dedico a  tutte le persone che cercano un fidanzato/ coniuge ed escono compulsivamente con tizie/i:

“Keep dating and you will become so sick, so badly crippled, so deformed, so emotionally warped and mentally defective that you will marry anybody.”

(‘Continua a cercare ossessivamente il fidanzato, e diventerai così moribonda, così storpia, deforme, così emozionalmente malconcia e mentalmente malata che finirai per sposare chiunque’)

Questa alle persone che non riconoscono quanto le mestruazioni possan essere una rottura di palle nella vita di una donna:

“A woman must wait for her ovaries to die before she can get her rightful personality back. Post-menstrual is the same as pre-menstrual; I am once again what I was before the age of twelve: a female human being who knows that a month has thirty day, not twenty-five, and who can spend every one of them free of the shackles of that defect of body and mind known as femininity.”

(‘Una donna deve aspettare che le sue ovaie muoiano prima che abbia indietro la sua vera personalità. Il post-mestruo non differisce molto dal  pre-mestruo. Ora posso dire di essere di nuovo quello che ero a dodici anni: un essere femminile con un mese di 30 giorni, non 25’)

E questa alle femministe perbeniste, ossessionate dal political correct:

‘Feminists will not be satisfied until every abortion is performed by a gay black doctor under an endangered tree on a reservation for handicapped Indians.”

bella copertina, neh.

Ma che bella copertina, neh.

 

L’ho scoperta solo ora, Florence King.

Dieci tipologie di profili Facebook da cui non puoi scappare.

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Dal posta-cibo al dio dei cani:.

Io e i cani. Le foto su Facebook: I figli vincono, ma se non si han figli, si mettono i cani. Se non si han cani, si mettono i gatti. Se non si han gatti, si mettono i cani degli altri. Giuro, da un giorno all’altro il vostro gatto non cambia. Giuro.

Ho figliato dunque sono. Aristide ha detto questo. Ecco Aristide dopo il bagnetto. Ecco Aristide che ride. Ogni scarrafone è bello a mamma sua, si dice, e non è una frase che ho inventato io.

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Con questa bellissima foto, vi auguro Buon Natale.

Il posta cibo. E’un feticista del cibo.  Tiene veramente tanto a tenerci informati, ogni giorno, di quello di cui si ciba. Anche se si tratta di un piatto di pasta al pomodoro ornato da una foglietta di basilico rattrappita  su un tavolo bisunto.

 

I selfie dipendenti. Conosco gente che si fa un selfie al giorno. Credimi un selfie al giorno, non leva lo psicologo di torno.

 

L’ intellettuale virtuale. Rompere le palle con i libri che si leggono: bravo che leggi. Siam veramente contenti che sei capace a leggere. In questo gruppo ci son io.

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“Come essere un vero British”. Ho iniziato male. Un vero British mai prenderebbe una birra piccola.

Gli innamorati cronici. Foto del profilo: tu e lui. Foto in copertina: tu e lui. Messaggi d’amore sulla bacheca. Un amore Shining, dato che spesso gli innamorati cronici 1) Vivono insieme 2) Mentre postano queste cose su Facebook sicuro si tartassano su Whatsapp. Io mi chiedo sempre, e se ti lasci? Che fai con tutto quell’amore virtuale sparpagliato?!

 

I posta frasi motivazionali come quelle cartoline con scritto ‘Credi più in te stesso, ne sai più di quanto credi’ e dietro un pony che vola. E poi ne sai più di cosa? Mah.   Uno studio in US  ha dimostrato quanto gli amanti di queste frasette siano generalmente più stupidi. Ma io dico, bisognava fare uno studio per capirlo?

 

I profili fantasma. Quelli che mai leverai dalla bacheca perche in effetti è come se non ci fossero. Ma magari spiano, neh.

 

I ‘too much information’. Quelli che dicono ai loro 1000 amici su Facebook proprio i cazzi loro.

 

I commentatori al cubo. Ci sballano a fare il commento del commento. I commentatori al cubo amano Morandi, Salvini e la Cuccarini.

 

Ti senti una persona coraggiosa? (No, le foto con la tigre non valgono)

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Above all, be the heroin of your life, not the victim’  by Norah Ephron

Chi non fa, non rompe’ by mia madre

 

Gli anni solari son una gran illusione, si sa.  Un anno che finisce (ma poi cosa finisce?!) e ne inizia uno nuovo (ma poi cosa inizia?). La mia agenda del  2015 iniziava con una scritta a lettere cubitali CORAGGIO. E direte, che tenera, che patetica, che quindicenne. A gennaio avevo deciso che avrei voluto essere mediamente più coraggiosa, e ora ho capito che dovrà valere per tutti gli anni solari che mi restano (senza coraggio che ci resta da fare?).

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Ma dico ci son riuscita? Non proprio. Non completamente. A volte sì, a volte proprio no.

Direi che un bilancio del 2015 non lo voglio fare. I bilanci lasciamoli ai ragionieri, ai commercialisti e agli spilorci. Ma, a qualche spunto di riflessione su come potrei essere un poco più coraggiosa son arrivata, credo.

  1. Sentirsi adeguati è una delle nostri aspirazioni naturali. Ma sentirsi adeguati è mezzo morire.  Va bene solo per qualche istante. Io voglio sentirmi adeguata nell’essere inadeguata. Ecco.

2. Basta “contare le pecore della mia coglionaggine” (cit. Diego De Silva). Basta rimuginare sugli sbagli, sulle omissioni. A cosa serve rimuginare? Meglio riflettere, e se lo sbaglio persiste, mettere in atto una strategia risolutiva. E ripartire con la sciabola in mano, non con la valigietta delle paranoie.

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3. Avere il coraggio di non essere nessuno. Nessuno. Tanto lo sei, nessuno.

4. Come disse Churchill: “Success is not final, failure is not fatal: it is the courage to continue that counts.” E’ la tenacia quella che conta, soprattutto. Non so quanti colloqui ho fatto e non so stata richiamata, quanti uomini da cui ero attratta che mi han deluso o semplicemente dato buca, per non dire le proposte di lavoro a magazine e giornali andate a vuoto. Qualche anno fa sarei andata ogni volta in ansia, sarebbero state prove del mio non valore, sfiduciandomi. Ora mi scombussolano molto meno. Sarebbe uno spreco di tempo.

Come è stato possibile questo cambiamento? Ho scoperto l’acqua calda, ovvero che se il piano A non funziona, si può passare al B, e se il B delude ci può essere sempre il C, e dal C si può arrivare fino al Z. (Va be’, se vuoi essere Miss Mondo e sei bruttina o se vuoi ottenere la medaglia d’oro agli anelli a 50 anni dopo una vita da impiegato, quelli son problemi tuoi).

5. Non aspettare (parlando di uomini come di lavoro come di amicizia). A volte ho aspettato una chiamata o una email semplicemente perché avevo paura di un ni, o di un NO. Ora invece mi dico, chiama, scrivi, digita, parla (non è un incitamento allo stalking né al pedinamento).  Questo tempo di attesa  fa perdere molto tempo (soprattutto mentale). Non sia mai che mentre aspetto dalla finestra quel qualcosa o qualcuno, stia perdendo qualcosa d’altro – e anche se non perdo niente, non importa, comunque ho preso in mano la situazione.

 

“Knowing you might not make it… in that knowledge courage is born.”

W. Burroughs

Lettera alle femminazi, alle nuove bacchettone. Non voglio essere speciale solo perché sono una donna, no grazie. E non voglio la protezione di nessuno

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“It’s a good thing I was born a girl, otherwise I’d be a drag queen.”
Dolly Parton

 

Lettera alle femministe di casa nostra Europa che si lamentano dell’oggettivazione mediatica del corpo femminile, che si lamentano dei magazine, dei film porno e del vicino di casa che le chiama Darling.

Care femminazi, care bacchettone 4.0,

Andate in Arabia Saudita, in Pakistan. Andate in Iran, in Burkina Faso, andate in Somalia o in Nigeria. State qua? Parlate di maternità, aborto, mutilazione genitale (avviene anche qui in Europa), parlate di diritti civili, parlate di diritti per tutti.

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IO METTO QUESTA FOTO MA LO FACCIO SOLO PER ME STESSA, OH

Ma, perfavore non ci rompete le palle con due foto di culi, con il vicino di casa che vi dice che belle che siete e con i magazine che vi dicono di dimagrire. E che noia. Cavoli vostri se date peso a quella pubblicità, se non rispondete a modo a quel vicino e se comprate quei magazine e ancor di più cavoli vostri se non avete educato i vostri figli a rispettare gli esseri umani, qualsiasi genere siano.  E che dire se la mattina leggete quella boiata pazzesca di Metro, piena di vip e tette, solo perché è gratis? Ve la siete cercata.  Avete scelto di leggerlo, nessuno vi ha imposto nulla! Per non parlare delle terza pagina de The Sun. Ma io dico, il Sun si compra, non è che ti svegli e qualcuno ti costringe a leggerlo e a guardare la terza pagina con la ragazza di turno in topless.

Un paio di settimane fa una giovane avvocato londinese Charlotte Proudman  ha messo alla gogna mediatica (su Twitter) un altro avvocato che lei aveva contattato, per motivi professionali, su Linkedin. Charlotte lo ha accusato di comportamento misogino dopo aver ricevuto da lui apprezzamenti sulla foto del suo profilo (ha scritto che la foto era stunning, molto bella). A parte  la non appropriatezza del commento (e comunque non ha commesso nessun reato, semmai ha mancato di stile), è legittimo, etico fare un public shaming sui social network (si torna al medioevo? Pubblica gogna senza appello?).

Ma vedo anche in questo Al lupo al lupo, una forma di vittimismo, capace di dare importanza a una tale inezia. E son accorsi in migliaia a ritwittare, convidere e applaudire la condanna di quel stunning in un sito di lavoro. Bisogna arrivare a questo tipo di terrore? Non basta, saper rispondere a tono, ignorare o affrontare qualsiasi commento non gradito?

E’ indubbio che ancora un sessismo culturale esista, ma siamo sicuri che per combatterlo sia necessario diventare delle bacchettone? Volevamo essere libere di essere, e ora ci troviamo a censurare, auto-censurare e giudicare?  Vogliamo proteggerci ed essere protette come fossimo delle bambine senza difese?

Come le quote rosa. Ma che  senso hanno. Come i premi letterari solo per donne. Ma cosa siamo? Delle sottosviluppate? Abbiamo bisogno del regalino, del recintino? Io non voglio entrare dalla porticina, voglio entrare dalla porta principale, oh. Noi occidentali, non siamo più il secondo sesso.

Questo  femminismo pop sta diventando patetico nel suo conformismo.  Ora va di moda, e moda sia. E le mode si sa, spesso si assumono senza capire bene il perché ma per sentirsi un po’ speciali. Si segue la scia, illudendosi di essere particolari. Particolari come un paio di jeans sdruciti della Levi’s. Insomma finché è un vestito o  un accessorio va bene, ma quando diviene una maniera di pensare?

Non voglio essere un essere speciale solo perché son una donna. No, grazie.

I’ve used my femininity and my sexuality as a weapon and a tool… but that’s just natural.

by Dolly Parton

Articolo da leggere su The Spectator:

Feminism is over, the battle is won. Time to move on

Non è che se non dici/scrivi la tua significa che non esisti. E neanche palesi che sei un idiota. Anzi.. Sulla temuta arte del silenzio.

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“Silence is only frightening to people who are compulsively verbalizing.”  W. Burroughs

“Parla poco e ascolta assai, e giammai non fallirai”

 

Sapete quando siete piccoli e vostra madre o la maestra o il professore vi guardano di sbieco ammonendovi di stare zitti se non sapete qualcosa? Meglio stare zitti che dire stronzate, insomma. A me è capitato spesso perché ho sempre avuto una acuta tendenza a volere dire sempre la mia. Non sempre a proposito, anzi spesso a sproposito.

Anche ora, ogni giorno, faccio un esercizio di autocensura unito allo sforzo di dire meno cose possibili ma più ponderate possibili. Di nuovo, non sempre ci riesco. Anzi spesso fallisco. E forse già lo sapete.

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Vive You Porne! – Dopo l’atto terroristico islamista a Parigi, ecco come si è presentato il logo di You Porn. Cari terroristi, voi quelle 40 vergini mi sa che non le avrete mai, ma noi, in Occidente, abbiamo You Porn 24 ore su 24.

Mia nonna è bravissima nel non autocensurarsi. Lei le spara proprio tutte (o magari si autocensura, anche… OH MY GOD). In questo marasma, a volte dice delle genialate, altre, le vorresti detonare le corde vocali.

Succede una tragedia – vicino a casa – e molti sui social network diventano improvvisamente giornalisti o esperti di politica medio-orientale, di intelligence e terrorismo. Persone che mai avresti detto.

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Il SUNTO by Davide Incorvaia

Son molto capra, io. In molti argomenti. E molti di voi credo lo siano. Proprio per questo credo nel silenzio, nel momento in cui valga la pena ascoltare, invece che scrivere compulsivamente. Perché non ritornare ai classici ’10 secondi’ prima di dire qualcosa?  Di giardinaggio, fisica quantistica o raggi ultravioletti ne so poco e niente quindi mai mi addentrerei a intavolare una conversazione. “La teoria del Big Bang? Una boiata pazzesca!”.

L’urgenza di dire è umana. Ma allora non sarebbe meglio comprarsi un bel diario, una di quelle belle smemorande anni ’90 e scriverci tutte le cose che ci passano per la testa?

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Mia nonna e l’i-pad. Dovete vedere come si incavola quando legge il giornale e non riesce a girare pagina.

La scrittura è terapeutica, ma non puoi coinvolgere 1000 persone nella tua cazzo di terapia. Soprattutto se quelle persone non lo hanno richiesto.

Conoscere se stessi e capire quando è il momento di tacere, ecco quella credo sia una bella virtù da coltivare. E lascio a voi riflettere sul fatto che stia scrivendo del silenzio, comunicando.

A volte mi son sentita in colpa di non trovare le parole adatte per dire qualcosa a qualcuno in un certo momento. Ma non posso negare, che la maggior parte delle volte in cui mi son sforzata di colmare quell’imbarazzo, ecco quelle volte, il risultato è stato ancora peggiore. E quelle parole sbagliate son diventate una vera omissione.

Stay foolish, stay in silence.

You Porn (L’Isis non ci sconfiggerà mai).

 

Il silenzio è il linguaggio di tutte le forti passioni, dell’amore (anche nei momenti dolci), dell’ira, della maraviglia, del timore.

Leopardi

 

“Il massimo impegno civile è l’auto-contestazione”, ovvero come cercare di non intorpidirsi e cercare ogni giorno di sfidare i propri limiti.

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“Non provava ribrezzo per tutti i dogmi, per tutte le affermazioni non dimostrate, per tutti gli imperativi? Lo provava.”

Primo Levi parla nel suo memoir Il Sistema Periodico di Sandro, amico, compagno di studi e di escursioni ad alta quota, uno di quelli che gli aveva insegnato a vivere (la montagna), e a non scoraggiarsi mai “perché è dannoso e quindi immorale, quasi indecente”.  Uno di quelli che parlano poco, ma fanno tanto, quindi uno di quelli che ora rischierebbero di non essere notati perché non ci romperebbero le palle su Facebook.

Mia nonna. Non mette mai le calze. Neanche se ci son 3 gradi.

Mia nonna. Non mette mai le calze. Neanche se ci son 3 gradi.

Ho letto Il Sistema Periodico e, finito, mi son chiesta il perché avessi aspettato così tanto. Levi racconta la sua vita da chimico, da scrittore, da deportato, attraverso alcuni elementi chimici e lo fa in una maniera pratica, umana, scientifica. In barba ai sentimentalismi, in cerca di una morale, di un’etica in cui i confini tra scienza e letteratura si confondono.

“La nobiltà dell’uomo, acquisita in cento secoli di prove ed errori, era consistita nel farsi signore della materia… mi ero iscritto a Chimica perché a questa nobiltà mi volevo mantenere fedele… vincere la materia è comprenderla, e comprendere la materia è necessario per comprendere noi stessi.”

Vincere, comprendere, perdere anche, superare i propri limiti (che non son quanti negroni puoi bere in una sera, purtroppo). Levi, che nascerà e morirà nella stessa casa torinese, passando una vita fra la fabbrica di vernici dove lavorava e la scrivania ( a parte il periodo ad Auschwitz) rimpiange le sue escursioni con Sandro, in cui avevano anche vissuto situazioni di pericolo. Racconta di una notte passata al gelo, con il pericolo di morire assiderati.  Levi lo ringrazia per quelle “imprese insensate solo in apparenza” che lo hanno fecero sentire”forte e libero”, libero anche di sbagliare.

 

Sandro Dalmastro.

Sandro Dalmastro.

PS L’amico di Levi, Sandro Dalmastro fu ucciso nel 1944 dai nazifascisti, con una raffica di mitra – e divenne così il primo Caduto del Comando militare piemontese del Partito d’Azione.  Il Partito d’Azione, ovvero i figli combattenti di Giustizia e Libertà, uno dei pochi movimenti liberali degni di questo nome che l’Italia abbia mai visto.

Ne parlano solo le femministe ossessionate e le pubblicità (e South Park) ma quanti casini combinano.

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– Be’, mi dispiace Wendy ma io non mi fido di una cosa che sanguina per cinque giorni e che non muore. (South Park: il film – Più grosso, più lungo & tutto intero)

 

In Inghilterra se c’è un argomento TOP SECRET è quello delle  mestruazioni.

Non ho mai sentito in nessuno in ufficio dire “Non sto bene, mi son venute le mie cose”, neanche fra le mie colleghe più amiche (e lavoro nell’editoria, dove il 70 percento è donna). Anzi, io, che son una di quelle tipiche donne con gli ormoni su un’ottovolante tutto il mese, quando ho detto “I am not really well. You know. Period, migraine..”, son stata guardata con uno sguardo sorpreso come se avessi detto “Sai, ti ho appena rubato la carta di credito”.

La mia ex manager una volta mi disse “Anna, you are so obsessed with your period!” solo perché una volta ogni tanto tiravo fuori questo fenomeno naturale, biologico che alle donne, a tutte le donne, capita una volta al mese.

Perche' son in pre-mestruo

Perché son tutte in pre-mestruo.

Per non dire quando, sprovvista, chiedi un assorbente. Qua a Londra la tua collega o compagna di corso te lo da avvolto in un fazzoletto di carta, se non impacchettato, di nascosto, attenta che nessuno lo veda, come fosse una pastiglia di anfetamina. Per non dire delle donne che vanno con la borsa in bagno. E dire che ce le abbiamo tutte le mestruazioni. Un po’ di pudore va bene, ma che sia un tabù mi pare un po’ troppo.

Non molti parlano di mestruazioni –  qua,  in Italia (se non quei giornaletti da sottosviluppate e le femministe ossessionate)-  ma le mestruazioni sono una grandissima rottura di scatole: son un impegno economico (avrei potuto fare il giro del mondo, dio), una porta al suicidio (ormoni che si picchiano fra di loro ogni volta e ti portano in un baratro di fastidio), isteria a gratis e tanta confusione.

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Non so se avrò figli o meno nella mia vita. Non lo so.  Però una cosa la so: non averli significherà non dare un senso a tutta questa botta ormonale che mi perseguita da tutta la vita e mi fa diventare così patetica, depressa e grottesca per alcuni giorni ogni mese.  

Uno sconquasso ormonale che mi fa piangere davanti a Masterchef e rimpiangere i più improponibili ex- fidanzati e amici.  Dio non esiste ma se esiste è un biologo sadico e maschilista.

La suprema arte del decidere: continuo a fare cazzate, ma diciamo che ora le faccio con una certa competenza ed esperienza.

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“The most important decision you make is to be in a good mood.” Voltaire  

“Never make a decision when you need to pee.” Beautiful Losers, Leonard Cohen

Pagare per avere un attacco di panico? Ci son andata vicina. Son andata alla mostra Decision Making di Carsten Holler alla Hayward Gallery e dopo tre minuti son entrata nel panico. E non era quello che si prova davanti a una decisione da prendere, ma il panico da claustrofobia (nella presentazione avvisano i claustrofobici di evitare la mostra, ma non sapevo di farne parte, ecco).

Per accedere alla mostra, mi son trovata dentro a un tunnel completamente al buio, dove avanzavo senza sapere bene dove stessi andando. I passi e le voci degli altri visitatori rimbombavano fra le pareti di acciaio e percepivo quanto il tunnel fosse minuscolo e quanto l’aria mancasse. Con tali premesse, il mio respiro ha iniziato ad affannarsi  e la mia mente a deambulare. Ma mi son detta: “Fra poco sarò fuori e ancor di più, non posso pagare per avere un attacco di panico!”. Almeno quelli datemeli gratis.

Vedere il mondo al contrario. Divertente ma fa venire ancora più nausea

Vedere il mondo al contrario. Divertente ma fa venire ancora più nausea.

Uscita – vittoriosa –  ho realizzato che l’amico che era entrato con me – dalla stessa porta- era sbucato da un’altra apertura.  Questo mi ha affascinato, caro Holler (lo so che non te ne frega nulla ma è stata l’unica opera ad affascinarmi nell’intera mostra). Mentre ero nel tunnel ero convinta di percorrere l’unico tragitto possibile, e invece no, avevo preso delle decisioni senza saperlo, facendo finta di non saperlo, talmente ero cotta dall’ansia e dalla fretta di uscire da lì.

La nostra esistenza e il perenne dilemma di decidere: da che film guardare, a quale città vivere, morire, a chi frequentare, a chi annoiare, a chi baciare, a quale gruppo o non gruppo appartenere.

Quel cavolo di tunnel/attacco di panico è stato l’unico pezzo di questa mostra a farmi veramente riflettere su decision making e su quanto sia stata fessa, e su quanto sarò fessa anche in futuro.11219060_10153148039805745_8289601038891357313_n

Quante decisioni ho  preso non riflettendo sulle differenti opzioni? Non soffermandomi sul fatto che ci fossero proprio delle opzioni e non solo una via dritta da seguire? Quanto per fretta, panico, horror vacui, paura dell’incertezza, pigrizia, dipendenza dalla zona comfort (che poi così comfort non è, dato che se la guardi bene ha tutte le sembianze di una bella prigione con i cuscini)  mi hanno reso, se non una mezza imbecille, una non proprio cosciente di ciò che le stava capitando intorno?

Questo è il mio ennesimo elogio alla razionalità, al buon senso, alla pazienza e alla comprensione della realtà e di noi stessi.

Basta con sta emotività da salotto che tutti sbattiamo in faccia agli altri, anche agli sconosciuti.

Insomma son pronta a risbagliare, ma voglio risbagliare meglio e con molta, con molta più competenza.

The straight line, a respectable optical illusion which ruins many a man

Victor Hugo – Le Miserablés

Londra dà tanto ma tanto prende (sicuramente meglio che vivere in un limbo di inettitudine)

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Ho cambiato lavoro e casa editrice.

Una cosa bella del mio nuovo ufficio:  mangio la mia scatola del pranzo (ovvero lunch box) davanti all’uovo di Jeff Koons  e faccio la pipi’ vicino alla Mappa del Mondo di Boetti. I miei colleghi non sembrano così impressionati di lavorare in un edificio che contiene 200 opere d’arte contemporanea. Io ne ho parlato ininterrottamente per 3 giorni. I nostri uffici son nel palazzo di Monsoon, una marca British di vestiti (orribili). Il fondatore di Monsoon Peter Simon ha iniziato la sua  collezione di arte contemporanea nel 2000 (esposta tutta in sede) forse inconsciamente anche per scusarsi dello scempio che affligge ai look, già non sempre proponibili, delle mademoiselle inglesi e non.

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Kimsooja: Cities on the Move – 11633 Miles of Bottari Truck.

Una brutta cosa: son vicinissima a uno dei centri commerciali più grandi di Londra, ovvero Westfield. I centri commerciali non mi piacciono, ma i vestiti sì. E son pronta anche eroicamente a valicare tutta l’ala di un centro commerciale per raggiungere la tuta dei miei sogni. E poi, esci dall’ufficio dopo una giornata di lavoro faticosa, e piove ( e ultimamente piove molto spesso), e cosa fai?  Non dai sfogo al lato più basso e consumista compiacendoti di un acquisto completamente inutile?

Mi sorprende vedere fiumane di persone a bere e mangiare dentro il centro commerciale. Esci dall’ufficio e ti chiudi nel centro commerciale a fare due passi e a mangiare un hamburger ? Io lo chiamo masochismo.

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Ecc Ecco dove mangio. Ogni giorno (da segnalare le orribili sedie-poltrone).  Carsten Höller: Mirror Carousel, 2005

Tutto per dire, Londra dà tanto, ma tanto prende (sicuramente meglio che un limbo di inettitudine, almeno qua vi è uno scambio). Dà energia ma te ne prende al cubo fra lavoro, distanze, metro stracolme, deadline, spintonate da sconosciuti (che mentre ti spintonano ti dicono SORRY).

Dà un lavoro e soldi ma fra casa, mezzi, cibo, uscite, casa, casa, e varie dipendenze per riprendersi, riprende.

Dà entusiasmo e non puoi che rimanere entusiasta.

A Londra non ti puoi fermare, qualsiasi cosa tu voglia fare. C’è gente che fa jogging anche alle 4 del mattino ( e mi chiedo sempre si sarà appena alzato o starà per andare a dormire?).

Comunque, rimane un fatto. London, I love you.

Il velo come simbolo femminista contro la mercificazione del corpo femminile? Quando il femminismo diventa moralista, in Gran Bretagna.

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di Anna Vallarino

La giovane musulmana Hannah Yusulf in un video per il The Guardian  – pubblicato immancabilmente anche dall’Internazionale  – spiega che il suo velo hijab non è come molti son portati a pensare un simbolo di oppressione ma bensì un simbolo di liberazione. Afferma che il suo velo è una forma di resistenza verso la sessualizzazione e mercificazione del corpo femminile nei nostri media e nella società occidentale.

No, grazie. Non ho bisogno del tuo hijab per essere libera. Io lo sono già. Noi donne nel mondo occidentale lo siamo già. Ci son ancora delle battaglie, ma quelle son l’aborto, le leggi che tutelino le gravidanze e il lavoro per esempio, non di certo campagne anti tette negli spot. (Non bannare, ma educare).

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Da Persepolis di Marjane Satrapi. Bellissimi, sia il fumetto che il film ispiratosi.

E per quanto la nostra società sia porca, sessista, capitalista, consumista, e per quanto vi sia ancora del sessismo  IO SONO LIBERA, e sono libera di scegliere di fare ciò che voglio del e con il mio corpo, e se questo per molte donne significa posare per una pubblicità nude e con la banana in mano, va bene anche quello.

Se il tuo velo è femminista, allora il tuo femminismo è un femminismo moralista che non punta alla libertà delle donne ma alla loro vestizione/negazione come forma di essere. In questo modo ti confermi apparenza, in questo modo ti confermi oggetto sessuale. Negandoti ribadisci ancor di più la tua sessualizzazione. Dai ancora più voce alla differenza che c’è fra te e un uomo.

Allora anche gli uomini dovrebbero coprirsi? Non c’è la mercificazione anche del loro corpo nelle pubblicità, nei magazine, nei film?

Tu sei libera di mettere il tuo velo, io di andare in giro in shorts e truccata.  Siamo nate in Europa e viviamo a Londra. Siamo libere  di fare ciò che vogliamo e di mettere quello che vogliamo e proprio questa società capitalista e consumista ci ha dato questa libertà. Non possiamo dimenticarlo.

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Ascoltiamo Ayaan Hirsi Ali e quello che ha da dire.

Metti il velo, anche se nel mio intimo non lo approvo, perché  son allergica a qualsiasi divisa.

Inoltre, cara Hannah, le riviste che mostri nel video, son riviste dozzinali che si trovano sul mercato. Uno decide di comprarle. Le pubblicità? Cosa dovremmo fare? Censurare?

Credo che vi sian problemi ben più profondi, e questioni ben più drammatiche che due tette in uno spot.

Fai quello che vuoi.

Ma ti prego non dividiamo le donne fra sante (quelle con il velo) e puttane (quelle nude che si offrono). Questa è una vecchia storia, che puzza tanto di tempi che furono, e hanno tutto meno che il sapore della libertà.

Ecco i link: http://www.internazionale.it/video/2015/07/15/il-mio-velo-e-femminista http://www.theguardian.com/commentisfree/video/2015/jun/24/hijab-not-oppression-feminist-statement-video

PS E poi, perchè diavolo si sta diffondendo questo femminismo moralista nel mondo occidentale? Non ci son battaglie molto più importanti? Non ci son battaglie più importanti nel mondo? Pensiamo alla situazione della donna in molti dei paesi arabi, dove lo si voglia o no, le donne hanno un posto in un ultima fila nei diritti, dove esser donna è un’onta, dove non si è neanche libere di guidare, a volte neanche di ridere. Parliamo di mutilazione genitale, un fenomeno che succede anche qui, in occidentale. Va da loro a spiegare il tuo velo femminista.

Tanto vale dare il Premio Strega a Federico Moccia. La forza impersonale dell’acaro di Lagioia o Lanoia.

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Ho messo qua sotto la lista cronologica dei vincitori del Premio Strega, ovvero il maggiore premio letterario italiano, e ormai il maggiore scempio della letteratura italiana. Per chiunque ami la letteratura, questa lista è una discesa negli inferi – o nella noia.

Il Premio Strega 2015 va all’ampolloso e sforzatissimo La Ferocia di Nicola Lagioia, o meglio Nicola Lanoia.  Come ormai abitudine il Premio Strega ribadisce la mediocrità della casta intellettuale italiana odierna. L’anno scorso ha vinto Francesco Piccolo, un autore che scrive con la sintassi di un ragazzino delle medie e snocciola banalità che in confronto la Tamaro sembra un’acrobata del pensiero.

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1950. L’immenso e disperatissimo Cesare Pavese riceve il premio Strega per La Bella Estate. “Conoscevo le case, conoscevo i negozi. Fingevo di fermarmi a guardare le vetrine, ma in realtà esitavo, mi pareva impossibile d’essere stata bambina su quegli angoli e insieme provavo come paura di non essere più io”. Articolato e chiaro come solo i veri scrittori possono esserlo. Immenso.

Giusto alcuni stralci da La ferocia per darvi l’idea:

“Non era molto oltre la trentina, ma non poteva avere meno di venticinque anni a causa dell’intangibile rilasciamento dei tessuti che trasforma la sveltezza di certe adolescenti in qualcosa di perfetto.”

Quindi era oltre i trenta ma non aveva meno di 25 anni?! eeee? “Quanti anni ha tua madre?” “Ha poco più 60 anni. Ma guarda non ne ha meno di 55”. E beh.

“Dalle fessure della serranda il caldo entrava come i cristalli di un caleidoscopio che si tuffino nell’acqua”.  Eeeh?

“Nonostante la vespa fosse grossa dieci volte tanto – la sua puntura in grado di provocare uno shock anafilattico in un cane di piccola taglia – la forza impersonale che governava l’acaro lo spinse ad aggredirla ..” La forza impersonale dell’acaro? Ok. Bene.

Ci sono infiniti garbugli di immagini che fanno dire ad alcuni “Oooooh” (se non si capisce na mazza vuol dire che è geniale).

Lagioia mi pare un po’ confuso.

Mi dico, come è possibile che autori come Moresco e Busi non abbiano mai vinto? Una risposta veloce ce l’ho.  Perché son due autori liberi, due autori independenti. Se ne fottono di questi teatrini, non ci stanno. Loro – con solo una pagina di uno dei loro migliori romanzi –  mangiano in un solo boccone tutta  la casta e i libri che hanno vinto dalla fine degli anni ’90 in poi.

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“Lo Strega? Un premio per analfabeti”.

La letteratura è una cosa seria e in Italia si basa, come molte cose, in scambi di favori, sorrisetti di circostanza, comparsate televisive e un conformismo (vedi Fazio Fabio e co.) che riesce ad appiattire anche la letteratura, che tutto dovrebbe fare, meno conformare il nostro pensiero.

Alla fine, giuro, penso sia più dignitoso Moccia. Almeno non ha pretese, sa quello che è. Come sempre meglio il trash dichiarato, che questo.

 

1° 1947 Ennio Flaiano Tempo di uccidere Longanesi
2°1948Vincenzo Cardarelli Villa Tarantola Meridiana
3°1949 G. B. Angioletti La memoria Bompiani
4°1950Cesare Pavese La bella estate Einaudi
5°1951Corrado Alvaro Quasi una vita Bompiani
6°1952Alberto Moravia I racconti Bompiani
7°1953 M. Bontempelli L’amante fedele Mondadori
8°1954Mario Soldati Lettere da Capri Garzanti
9°1955Giovanni Comisso Un gatto attraversa la strada Mondadori
10°1956Giorgio Bassani Cinque storie ferraresi Einaudi
11°1957Elsa Morante L’isola di Arturo Einaudi
12°1958Dino Buzzati Sessanta racconti Mondadori
13°1959 Giuseppe Tomasi di Lampedusa Il Gattopardo Feltrinelli
14°1960Carlo Cassola La ragazza di Bube Einaudi
15°1961Raffaele La Capria Ferito a morte Bompiani
16°1962Mario Tobino Il clandestino Mondadori
17°1963Natalia Ginzburg Lessico famigliare Einaudi
18°1964Giovanni Arpino L’ombra delle colline Mondadori
19°1965Paolo Volponi La macchina mondiale Garzanti
20°1966Michele Prisco Una spirale di nebbia Rizzoli
21°1967Anna Maria Ortese Poveri e semplici Vallecchi
22°1968Alberto Bevilacqua L’occhio del gatto Rizzoli
23°1969Lalla Romano Le parole tra noi leggere Einaudi
24°1970 Guido Piovene Le stelle fredde Mondadori
25°1971Raffaello Brignetti La spiaggia d’oro Rizzoli
26°1972Giuseppe Dessì Paese d’ombre Mondadori
27°1973Manlio Cancogni Allegri, gioventù Rizzoli
28°1974Guglielmo Petroni La morte del fiume Mondadori
29°1975Tommaso Landolfi A caso Rizzoli
30°1976Fausta Cialente Le quattro ragazze Wieselberger Mondadori
31°1977Fulvio Tomizza La miglior vita Rizzoli
32°1978Ferdinando Camon Un altare per la madre Garzanti
33°1979Primo Levi La chiave a stellaEinaudi
34°1980Vittorio Gorresio La vita ingenuaRizzoli
35°1981Umberto Eco Il nome della rosaBompiani
36°1982Goffredo Parise Sillabario n.2 Mondadori
37°1983Mario Pomilio Il Natale del 1833 Rusconi
38°1984Pietro Citati Tolstoj Longanesi
39°1985Carlo Sgorlon L’armata dei fiumi perduti Mondadori
40°1986Maria Bellonci Rinascimento privato Mondadori
41°1987Stanislao Nievo Le isole del paradiso Mondadori
42°1988Gesualdo Bufalino Le menzogne della notteBompiani
43°1989Giuseppe Pontiggia La grande seraMondadori
44°1990Sebastiano Vassalli La Chimera Einaudi
45°1991Paolo Volponi La strada per RomaEinaudi
46°1992Vincenzo Consolo Nottetempo, casa per casa Mondadori
47°1993Domenico Rea Ninfa plebea Leonardo
48°1994Giorgio Montefoschi La casa del padre Bompiani
49°1995M. Teresa Di Lascia Passaggio in ombra Feltrinelli
50°1996Alessandro Barbero Bella vita e guerre altrui di Mr Pyle, gentiluomo Mondadori
51°1997Claudio MagrisMicrocosmi Garzanti
52°1998Enzo Siciliano I bei momenti Mondadori
53°1999Dacia Maraini Buio Rizzoli
54°2000Ernesto Ferrero N. Einaudi
55°2001Domenico Starnone Via GemitoFeltrinelli
56° 2002 Margaret Mazzantini Non ti muovere Mondadori
57° 2003 Melania G. Mazzucco Vita Rizzoli
58° 2004 Ugo Riccarelli Il dolore perfetto Mondadori
59° 2005 Maurizio Maggiani Il viaggiatore notturno Feltrinelli
60° 2006 Sandro Veronesi Caos calmo Bompiani
61° 2007 Niccolò Ammaniti Come Dio comanda Mondadori
62° 2008 Paolo Giordano La solitudine dei numeri primi Mondadori
63° 2009 Tiziano Scarpa Stabat Mater Einaudi
64° 2010 Antonio Pennacchi Canale Mussolini Mondadori
65° 2011 Edoardo Nesi Storia della mia gente
66° 2012 Alessandro Piperno Inseparabili. Il fuoco amico dei ricordi
67° 2013 Walter Siti. Resistere non serve a niente
68° 2014 Francesco Piccolo. Il desiderio di essere come tutti

69° 2015 Nicola Lagioia. La ferocia

Articolo da leggere:

http://www.ilgiornale.it/news/cultura/ecco-mio-inno-lagioia-io-che-conosco-bene-1148263.html

Non son cresciuta nelle banlieue parigine e non sono nera, ma Girlhood mi ha fatto ricordare quanto l’adolescenza sia stata uno dei periodi più brutti, con apici di straordinaria bellezza

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Adolescenti, o come una volta sentii dire dallo scrittore Pinketts, adolescemi.  L’adolescenza è un periodo tutto a  stante, senza contorni ben definiti ma che ha marcato la vita di ognuno di noi (ancora rimango incredula quando qualcuno ricorda con totale piacere il periodo che va dai 13 ai 19 anni – secondo me, dormiva).

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“Diamante Nero’ in Italia. Dalla – bellissima- canzone di Rihanna Diamonds (scritta da Sia).

Ho visto il film francese Girlhood, e mi è piaciuto e mi ha ricordato vivamente i miei tormentosi anni da adolescema. In Girlhood si parla di ragazzine nere, che vivono nella banlieue parigina  con tutti i problemi annessi. Io, invece, son bianca e son nata in un paesino proto borghese/ turistico chic sulla costa ligure,  con tutti i non problemi annessi, ma che c’entra quando si è adolescemi.

L’adolescenza, il periodo in cui:

1) uno non si sente né bambino  adulto, e se si viene trattati da bambini ci si incazza, e se si viene trattati da adulti, si va in paranoia per la troppa responsabilità, e si finisce per non capirci nulla. Chi sono? Vedi alla parola boh!. “Richiedimelo fra 10 anni, (forse)”.

2) si vuole essere indipendenti, si vuole essere qualcuno, ma non si capisce indipendenti in che cosa e da che cosa, e si finisce per essere indipendenti nelle cose e nelle cause sbagliate (sbronze colossali, orribili tatuaggi di cui spesso ti pentirai, limonamenti con esseri improbabili).

3) avvengono epici litigi con i genitori. I genitori sembrano capacissimi nell’adolescenza a non capire proprio nulla di noi. NULLA  (non che dopo qualcosa cambi, ma per lo meno, siamo meno dipendenti da loro).

4) si covano grandi speranze e si affrontano le prime grandi delusioni. Gli ormoni ti portano in un viaggio di bipolarismo perenne, e non è bello.

5) si vuole piacere a tutti ma si vuole anche essere particolari, unici, si vuole essere se stessi. E questo porta solo a un gran casino nella propria testa. Ascoltare se stessi o gli altri? Boh! 

6) se sei sfigato non hai via di scampo nell’adolescenza. L’adolescenza non permette di essere brutti e noiosi.

 

Mary Ellen Mark workshop at Look3 (Pigeon Hole)

Mary Ellen Mark workshop at Look3 (Pigeon Hole)

7) si fanno le prime esperienze sessuali, e si confonde tutto. Si vuole esperire e scoprire cosa è il sesso per poi avere le prime scoperte: le femmine scoprono che la libertà di esperire può portar loro ad essere giudicate e così si viene davanti alla presa di coscienza di quanto la propria ricerca di libertà possa scontrarsi con il giudizio morale esterno. I ragazzi scoprono che la loro vita più o meno sarà comandata dal sesso, dalla necessità di scaricarsi (no?) e scopriranno l’ansia da prestazione, che non è mai bella.

In mezzo a tutti questi tormenti, quanto mi son divertita nell’adolescenza? Quanto ho riso con le mie amiche? Quante cavolate abbiam fatto insieme? In quello, quanto è stata bella e unica, l’adolescenza. Ecco in Girlhood, oltre il disagio di nascere in una periferia per nulla accogliente e in una società che non sembra volerti, c’è proprio tutto questo.

NB La scena nell’albergo è la mia preferita, e mi ha pure fatto piacere la canzone Diamond, cantata da Rihanna, quella dell’ombrello, toh, ma scritta da Sia.