LET IT GO. L’arte di lasciare andare cose e persone, ovvero il coraggio di tagliare quello che deve essere tagliato ( se avete un machete è meglio, altrimenti usate anche un coltellino, ci metterete un po’, ma ce la farete)

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Don’t compromise yourself. You are all you’ve got. Janis Joplin

Prima dí a te stesso cosa vorresti essere: poi fai ciò che devi fare. Epitteto

Voglio imparare a lasciare andare cose e persone. Let it go.

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Machete

COSE. Lasciarle andare nel momento in cui vedo che queste  non mi appartengono, non mi servono, non le uso. Magari son anche cose belle, per cui ho speso soldi, ma da cui comunque non ho mai avuto nessuna alcuna gratificazione (se non nell’atto dell’acquisto). Cose a a cui dò uno speciale valore emotivo ma che oltre a quello son inutili (vedi vestiti/ vedi vecchi quaderni, vedi soprammobili, vedi anche regalidemmerda).

PERSONE. L’arte di lasciare andare le persone con cui non vi è più nulla da dirsi, persone che magari hanno significato molto, ma con cui si arriva a un punto secco, morto, arido come il palato dopo una sbronza colossale, lasciare andare persone da cui son attratta ma che si distanziano da me giorno per giorno (e che dio mio solo un sadico può capire il perché bisogna incaponirsi così su chi non ci vuole e non ci cerca), persone che non ci trattano come vorremmo, persone che ci stressano in un modo o nell’altro, ridandoci indietro nulla, se non lo scotto delle loro frustrazioni.

TAGLIARE I RAMI SECCHI. Una frase semplice e del cazzo se volete, ma non vi è nulla di più liberatorio che tagliare in un modo netto (se avete un machete, è meglio, ma se non lo avete usate anche un coltellino, ci metterete un po’ ma ce la farete – la tenacia premia)  quello che comunque sarebbe finito (o che avremmo trainato anche per 25 anni, ma appunto, trainato  per noia, stenti, per afflizione, abitudine, paura).

Devo lasciarti andare.

Non è così facile lasciare andare cose e persone senza vedere un fallimento. Forse dovremmo cambiare la percezione che abbiamo di esso, e vederlo più come un tentativo che come un fallimento. Forse bisogna anche imparare a fallire e perdere con classe  per eliminare ogni dipendenza dal risultato e concentrarsi sul presente.

Vuol dire che voglio essere una stronza? Vi sto chiedendo di essere degli stronzi indifferenti?

Tutt’altro. Quello che cerco di dire, è che ho voglia ancora di più di mirare all’essenziale. Esorto me stessa a perdere pesi inutili per concentrarmi e dedicarmi di più e meglio alle persone e cose che pesi inutili non sono, e a cui magari dedico meno cure, distratta come sono dall’inutile resto che involve il mio presente.

Questa è una parte della canzone di Frozen, uno degli ultimi cartoni della Disney e ossessione di tutte le cinquenni. Non avrei mai pensato il testo fosse così bello:

It’s funny how some distance/ makes everything seem small/ And the fears that once controlled me/ can’t get to me at all!/ It’s time to see what I can do/ To test the limits and break through/ No right, no wrong, no rules for me/ I’m free!

Non mi manca l’Italia. Non riesco. Sono senza cuore? Senza patria? Dieci ragioni per cui non mi può mancare l’Italia qua a Londra.

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Anna Vallarino

Mi dispiace, non riesco a farmi mancare l’Italia. Dopo quattro anni a Londra, non riesco proprio. Mi piacerebbe provare un po’ di nostalgia. Ma nulla. Ho dei momenti proustiani di melanconia – ma momenti, battiti di ciglia, un odore, uno sbando emotivo – ma mai così forti da provocarmi un sentimento di nostalgia. Sono senza cuore? Senza patria? Senza qualcosa?

Ecco dieci motivi per cui non vedo la ragione per cui mi dovrebbe mancare l’Italia qua a Londra.

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Miami? No, Genova.

1. Insomma, dai, non siamo né a Melbourne né a Moon in Pennsylvania.  Due ore di aereo e son in Italia. Quando mi capitano davanti gli italiani che assumono le vesti di esiliati qua a Londra, mi fanno un po’ sorridere. Mi chiedo cosa farebbero se fossero in Venezuela. Due ore di aereo rendono la lontananza semplicemente quasi nulla. Più veloce andare da Londra a Genova che da Genova a Marsala. Sicuramente mi dispiace essere distante dalla mia famiglia e dai miei amici. A volte mi pare proprio di perdere dei pezzi di vita altrui. Ma è anche vero che la lontananza rende tutto più essenziale, e fra Skype, email, Facebook e WhatsApp la distanza di certo non si annulla, ma per lo meno si placa.

Va be, dai. Lazzaro, papà, mamma, nonna, amici miei, mi mancate. A volte.

2. Ormai tutti si muovono, soprattutto in Italia, quindi fossi rimasta in Italia per stare con la mia famiglia, facilmente mi sarei trovata in pochi anni da sola, con i miei in pensione ai Caraibi, mio fratello in Canada ad addestrare orche, mia sorella a Londra e i miei amici sparsi qua e là.

3. Non capire tutto a volte é proprio benefico. Mi piace da matti non essere sempre cosciente di tutto ciò che mi capita attorno. Il mondo pare più piacevole, anche le persone sembrano più esotiche e affascinanti. Non comprendere completamente quello che bofonchia in stretto cockney la tua vicina di metro all’amica è rassicurante.

4. L’Italia da distante è così bella. Come un ex-fidanzato. Insomma non bisogna dimenticarsi mai i motivi per cui si è andati via.

5. Il tempo. Io non so voi, ma quando stavo a Milano il tempo faceva abbastanza schifo (esclusa primavera/estate, ma arriva l’afa). Spesso uggioso e ancor più uggioso perché Milano è proprio urbanisticamente grigia. Nulla a che vedere con il centro o il sud d’Italia, certamente. Quando alcuni inglesi parlano del mio paese a volte ho il dubbio che confondano l’Italia con il Brasile.  Guardate che in Italia, soprattutto al nord, piove, a volte anche nevica e dobbiamo anche noi metterci la giacca e i maglioni di lana.  Insomma se proprio devo spostarmi per il clima, se proprio il clima ti è così indispensabile, vai in California, in Costa Rica, vai a vivere in Brasile. Almeno vai sul sicuro. E poi, credetemi splende il sole anche a Londra, non siamo sotto gli Urali (ma l’estate londinese.. può essere un vero tormento, ammetto).

silence

anche io dovrei iniziare a stare zitta

6. Non c’è la pressione di vestirsi bene. LIBERTA’. Un giorno ti vesti di merda, e sei sempre comunque vestito meglio della maggioranza.

7. La stampa italiana in linea di massima fa cagare. Pomposa, retorica, moralista, conforme (a parte Il Foglio). Sono una lettrice famelica di quotidiani e magazine, ma in Italia raramente di riesce a leggere qualcosa di decente. . Corriere? Repubblica? Stampa? Tutti dicono la stessa cosa, nessuno che a quella dannata libertà di parola faccia corrispondere una libertà  di pensiero. Evviva la stampa anglosassone ma soprattutto i suoi lettori, che ancora comprano quotidiani  e li finanziano. Vedi The Guardian (anche se sempre moralista e peggio), The Independent, Financial Times. Il settimanale The Spectator.  E la BBC? Possiamo parlare della BBC tv e delle radio BBC? Ciao Rai Uno, Rai Due, Rai Tre. Ciao ciao.

8 Il cibo. Non posso rimanere in Italia perché se magna bene. Ma dai. Ma perfavore. OK mangiare è importante ma non siamo in un paesino sperduto della Siberia con rape e radici. Mangiare è importante – altrimenti rischi di morire – ed è bellissimo mangiare con gusto, criterio e stile (come ci vuole un po’ di gusto nello scegliere le tende del salotto) ma proprio non riesco ad ossessionarmi al cibo (e le fotografie del cibo per me son roba pornografica). Qua ormai si trova tutto, e anzi si possono scoprire cose nuove, che spesso il nostro fascismo culinario non ci permette neanche di contemplare. Con questo, evviva l’olio d’oliva extra vergine, la focaccia, il Barolo, lo spritz e l’ EstaThé.

9. Ormai anche gli inglesi bevono caffè decenti.

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Casa dolce casa.

10. Non reggo le persone al telefono nei luoghi pubblici. Non le reggo. Farmi ascoltare i tuoi  affari mi pare una cosa così incivile. Un vero inquinamento acustico e anche cerebrale. Come se il vicino di posto in treno mi mettesse un suo gomito in faccia. Non metteresti su una canzone ad alto volume, giusto? E credimi quello sarebbe molto meglio che sentire te che parli con tua mamma o con la tua amica dei suoi problemi amorosi. Credimi. In Italia finirei per fare come Robert De Niro in Taxi Driver.

11.  Mandare le email  di lavoro o burocratiche e ricevere delle risposte è un’emozione a cui non potrei ormai rinunciare.

12. E’ bellissimo avere due paesi invece che uno solo. Se sei abbastanza razionale, cerchi di prendere il meglio da entrambe le culture. Se sei negativo e pedante, prendi il peggio da tutte e due. Ma questo è affare tuo.

13.  Ci sono più italiani a Londra che a Brescia. “Mi manca il calore italiano” qui non funziona.

Ah scusate, son a 13. Mi fermo.

Ci sono persone a cui preferirei dare 100 pounds che un’ora del mio tempo, altre (meno) che ringrazio di esistere. Inoltre, la Apple invece di sfornare cazzate come Apple Watch non potrebbe fare un Apple Radar Anti-Stronzi?

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I have learned that to be with those I like is enough

Se non possiamo scegliere famigliari e colleghi, almeno scegliamoci gli amici e chi frequentare. Purtroppo non sempre è cosi semplice, nel senso ci sono persone individuabili come mediocri fin dal primo scambio di battute, altre che paiono OK, anche affascinanti, per rivelarsi, alla prima necessità,  pessime, amori a prima vista che durano decenni, e mille altre – banali – possibilità.

Purtroppo non ho un radar per individuare le persone povere di spirito, gli squali, i narcisi fine a sé stessi, i noiosi, i lamentosi, le piattole, i parassiti e i leccaculo ma sicuramente posso perfezionarmi. Bisogna perfezionarsi. Selezione all’ingresso. Non sono una fricchettona e l’amore cosmico finisce alla porta della mia camera da letto se non prima.

(E soprattutto le persone che invece di regalarmi un pò d’aria fresca, mi conducono dritti dritti solo nel solco delle loro paranoie e pesantezze, no quello no. C’ho messo 32 anni a diventare una pessimista così realista da diventare ottimista, non puoi venire tu a buttarmi addosso damigiane di malessere gratuitamente. NO! Iscriviti a Scientology. Grazie )

MEGLIO INCONTRARE UN COYOTE CHE UN COGLIONE.  California 2014

MEGLIO INCONTRARE UN COYOTE CHE UN COGLIONE. California 2014

Io non sono perfetta,  anzi,  e anche i miei amici non sono perfetti, certamente, ma c’è un limite all’imperfezione.
E soprattutto i rapporti interpersonali al di fuori del lavoro e della famiglia, non sono un lavoro.
Come si sa, il tempo è prezioso, è prezioso semplicemente in quanto contato (la sua esclusività lo rende prezioso, non in sé e per sé). Anche se la tua vita ti fa schifo questo non ti scusa dallo scegliere pessime compagnie, come dal vedere pessimi film o leggere monnezza. E’ una questione di economia, di autostima e di selezione della specie.
Allo stesso tempo, non so ben capire cosa mi unisce ai miei amici. Follia? Interessi? Empatia? Ironia? Disperazione? Depressione? Alcolismo? Snobismo? Ammirazione? Paranoia? Ideali?  Forse un mix di tutto questo e molto altro. Sicuramente un acuto senso dell’umorismo (anche pessimo, certamente).
If a man should importune me to give a reason why I loved him, I find it could no otherwise be expressed, than by making answer: because it was he, because it was I.
Michel de Montaigne sul suo migliore amico, nelle sue splendide Essai (1580).
Sul tema, come evitare le amicizie non salutari:

Oddio il Botox! Uma Thurman e la libertà di rifarsi la faccia senza dover incorrere al moralismo della presunta naturalezza.

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Uma Thurman tappezza i giornali con la sua nuova faccia dal sapore di Botox  presentata alla prima di un film, e ne susseguono commenti di sconforto, scandalo e rimpianto. Mi chiedo da dove venga tutto sto conformismo sulla chirurgia estetica. Se dobbiamo iniziare a giudicare l’artifizio estetico, allora bisogna bannare trucco e parrucco, tinte ai capelli, liposuzioni, depilazioni e qualsiasi altra forma di intervento.

Uma Thurman si e’ fatta il botox, penso siano abbastanza cavoli suoi e rimane la diva indiscussa di molti bei film. Invecchiare con eleganza è un’arte, ma continuo a chiedermi quale sia il confine fra il lecito e il non lecito e perchè mai vi sia tutto sto osannamento della suppimageosta bellezza del naturale (quale naturale? L’homo sapiens? L’australopithecus? Gli hippy?), quando cari miei, se tutti gli uomini, ma soprattutto le donne andassero in giro naturali, credetemi che vi sarebbe una sostanziale decrescita degli accoppiamenti.

Tutto sto moralismo sulla plastica è ridicolo. La bellezza è una questione personale e sociale non un dictatum. Quindi se non vi piace Uma Thurman ora, non guardatela.  E dico odio le donne che si credono migliori perché accettano di invecchiare senza ricorrere al chirurgo o ad altre cure. 

Come ha detto la mitica Dolly Parton “my boobs are fake, my hair’s fake but what is real is my voice and my heart”.

Se vi interessa il tema:

https://maileggerablog.wordpress.com/2014/04/26/4-libri-scritti-da-donne-per-le-donne-da-evitare-dal-moralismo-femminista-che-alla-fine-propone-la-solita-divisione-prostitute-e-sante-alle-campagne-contro-la-plastica-facciale-e-i-magazine

 

 

 

 

La libertà di non essere felice. Ma moderatamente serena.

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Happiness, is a glass of wine and a sandwich

Felicità, un bicchiere di vino con un panino, felicità.

Albano & Romina

Protect me from what I want

Placebo

E che noia questa parola: felicità. Pare che tutti oggi giorno vogliano essere sempre felici e questo rompe abbastanza il cazzo. Non puoi essere sempre felice, bello mio. Quindi calmati.

Felice: agg. che si sente soddisfatto completamente, pieno di gioia; detto di cosa, che dà felicità; fortunato, op9780871406736_p0_v1_s260x420portuno.

Se per felicità intendi l’estasi, il senso di pienezza dopo una gran soddisfazione, dopo che hai appena saputo che hai vinto alla lotteria, dopo che qualcuno di cui sei infatuato scopri che ricambia, dopo un aumento al lavoro, dopo aver scoperto che sei guarito da qualche malattia, dopo che capisci che la nonna che credevi morta era solo in trance,  sappi che quella felicità dura giusto per un momento, l’estasi ha una durata, un limite e va bene così, altrimenti non si chiamerebbe felicità e non  staresti a cercarla tutto il tempo.

“Voglio essere felice”, “Vorrei solo essere felice”, come se fosse un diritto, come se fosse naturale, essenziale, un’ingiustizia non esserlo. E poi solo? Solo essere felice?  E per essere felice felice a tutti costi cosa si fa? Si masticano robe preconfenzionate, si copia la presunta felicità degli altri (che su Facebook viene molto molto bene), il viaggio al caldo,  la serata al cinema con gli amici a vedere una cagata pazzesca, perché bisogna ridere, bisogna essere felici. Anche se si starebbe tanto bene a casa sotto il piumino a imprecare tutte le divinità del mondo.

Pochi quelli che senti dire “Voglio essere virtuoso”,  “Voglio essere coraggioso”, “Voglio essere moderatamente sereno”, “Voglio essere gioiosamente in pace”.

No, voglio essere felice.  La felicità è un desiderio. Una tensione. E il prossimo che mi chiede “Sei felice?”, lo bandisco dal mondo intero. Se fossi veramente felice in quel momento, non avrei manco tempo di ascoltare la tua domanda idiota.

 

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Ho spiato nostra madonna PJ Harvey dentro un cubo di vetro mentre lavorava al suo nuovo album. Un reality show? Una performance? Una cazzata?

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Son andata alla Somerset House a vedere Recording in Progress di PJ Harvey. La sua musica mi è  sempre piaciuta, posso dire che se potessi rincarnarmi vorrei essere un mix fra lei e Marie Curie (e qualche percentuale – ovviamente meramente estetica – di Angelina Jolie, dai).

Dicono sia un esperimento questo Recording in Progress, per lo meno lo è nel campo della registrazione musicale. Sono arrivata e – insieme a una trentina di persone – sono stata accompagnata nei sotterranei della Somerset- in religioso silenzio (quanto gli addetti alle mostre si prendono sul serio? E dai, mica siamo in ospedale) – per farci entrare nella stanza in cui saremmo stati in grado di vedere Polly Jane Harvey chiusa in uno studio  alle prese –  insieme alla sua band e ai suoi collaboratori – della registrazione del  suo nuovo album (senza essere visti da loro, of course). 15 pounds per 40 minuti di voyeurismo.20150126_133757

Ed ecco lei, non solo piccola, proprio minuta,  in mezzo a questa stanza piena di fili, strumenti, fogli, tazze e amplificatori e cose a cui non so dare un nome e ancora strumenti e ancora fili, bottoni, tasti e e note appese al muro. Fra me e la stanza un doppio vetro e una voragine d’ignoranza musicale (la mia).

Siamo arrivati e PJH stava cantando uno dei pezzi. Direi una bella fortuna, pensando ai possibili tempi morti di un work in progress. Piccola, che piccola, tutta vestita di nero, un soffio e sarebbe volata, ma comunque era il pianeta intorno a cui tutto pareva muoversi ( 6 musicisti e 2 tecnici).

E’ stata strana sensazione. Mi sono sentita un po’ come James Stewart ne La finestra sul cortile. La differenza? Loro – gli spiati –  erano compiacenti, coattori nella mia intrusione.  Come in un reality show, viene il dubbio:  quanto è veramente naturale?  e di nuovo, se c’è, qual è il confine fra realtà e finzione?

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Sono venuta quaggiù PJ Harvey, ho pagato, per vedere te che lavori, che crei quello per cui dovrei dare dazio solo a lavoro compiuto. Un po’ assurdo, no? Come se i clienti della casa editrice dove lavoro pagassero per venire a vedere noi mentre lavoriamo (na roba fantascientifica e noiosissima). Ma certo. Noi non siamo celebrity.

 

People some times say that the way things happen in the movies is unreal,
but actually it is the way things happen to you in real life that’s unreal.
The movies make emotions look so strong and real, whereas when things really do happen to you, its like watching television. You don’t feel anything.
Andy Warhol

 

 

3 mesi di solitudine farebbero bene a tutti. Il film Wild e la voglia di camminare sulle montagne (londinesi, certamente).

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I’d rather be a hammer than a nail
Yes I would, if I only could, I surely would”

Simon & Garfunkel – El Condor Pasa (If I Could)

” I can never go home anymore” 

The Shangri -las

Vi ricordare il film Into The Wild di Sean Penn? McCandless, ventenne,  si spoglia di tutto, abbadona famiglia e civiltà e si immerge nella natura. Posso dire che la storia e il personaggio mi avessero fatto parecchio innervosire. Il McCandless del film era un idealista, idealista in una maniera radicale che fa venire i nervi, adducendo più a un  invasamento irrazionale che a una scelta. In lui c’era qualcosa di disfunzionale. Bisognava mandare così affanculo tutto e tutti (addirittura dare fuoco all’ultima banconota, ma dico, dalla a un poraccio se proprio ti disgusta) per concludere che Happiness is only real when is shared? Non mi pare sta illuminazione. E inoltre ma perché i solitari devono sempre essere visti come pazzi?

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Ecco, invece la protagonista di Wild, Cheryl Strayesm, mi è  stata fin dall’inizio parecchio simpatica. Prima di tutto perché è un albero da casini, capitati e voluti. Secondo,  il suo cammino, da sola, nella natura – 1100 miglia sulla Pacific Crest Trail dalla California al Canada – sembra un accadimento necessario per riprendersi dalla morte della madre e da molti altri fantasmi e per imparare a fare conto solo su stessa, e su null’altro.

Essere soli per essere soli, tanto siamo comunque soli. No? Nessuna grande verità nascosta, nessuna presunzione.  La natura ci sovrasta e se ne frega di quello che capita  a noi essere umani quindi possiamo continuare anche a parlare alla luna, ma – come ben ha mostrato Leopardi – lei se ne fotte decisamente di noi, quindi tanto vale trovare la maniera di prendere questa vita nel proprio e personale migliore dei modi possibili senza farci illusioni, ma senza diventare cinici esasperati e esasperanti. Dopo questo lungo viaggio Cheryl pare riprendersi, raggiungendo una nuova pace con se stessa e imparando, forse, a vivere il momento.

La sceneggiatura è scritta da Nick Horby, la regia è del regista canadese Jean-Marc Vallée.

La colonna sonora mi ha fatto riascoltare alcuni pezzi (come quelli citati qua sopra), il film  mi ha fatto venire nuovamente voglia di viaggiare da sola e di camminare fra le montagne. Quindi direi meglio di molti film, che mi scatenanto una pazza o voglia di dormire o di mangiare una scatola intera di M&M.

 

Ciò che rende gli uomini socievoli è la loro incapacità di sopportare la solitudine e, in questa, se stessi.

Arthur Schopenhauer, con il suo solito piglio da bicchiere manco mezzo pieno, vuotissimo.

Se vi interessa il tema, leggete anche questo! Subito!

https://maileggerablog.wordpress.com/2014/08/25/all-by-myself-shut-up-the-reasons-to-be-alone/

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Non sono atea e non credo in dio. Essere mi pare già abbastanza faticoso.

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Quando ho intervistato Battiato ( è stata la prima e l’ultima volta e mi ha concesso solo 10 minuti, poi divenuti 12 e 15 secondi), abbiam finito per discutere sui poveri atei –  per lui  poveri, ovviamente, in quanto non credono in nulla, men che meno nella levitazione di Santa Teresa d’Avila (ma dai?).

Di per sé la parola ateismo è fastidiosa, parte dal punto di vista del credente, c’è una prevaricazione, come se la fede fosse una discriminante fra gli essere umani. E invece no caro mio. Io non sono senza-dio. Io sono e basta.spider-man-08

 

E poi, senza dio, essere senza dio significa non credere in nulla? Non credo e seguo nessuna dottrina religiosa, ma questo non significa che deambuli nel buio (l’ho attrezzato di qualche comfort, per lo meno). Sono convinta di aver un mio sistema di certezze – tipo la terra è rotonda, la morte è certa e se non mi lavo i denti mi verranno le carie – oltre che a un sistema etico mio personale e un mio mondo fatto di miti. Semplicemente i miei miti sono veri, sono stati in carne e ossa ( e se son di fantasia, questo non ne preclude il valore, ma li riconosco in quanto idee, non pretendo di dire che Mr Darcy o Ishmael siano esistiti veramente). I miei miti non si vestono di bianco con dei cappelli a punta e le scarpette rosse e dicono cose strane tipo “Questo è il mio sangue, il sangue del patto, che è sparso per molti. In verità vi dico che non berrò più del frutto della vigna fino al giorno che lo berrò nuovo nel regno di Dio” pretendendo che tutti ci debbano credere.

Ayaan Hirsi Ali spiega perfettamente quanto questa vita possa bastare in un modo o nell’altro.  (Non credo potrei reggerne una ultra terrena).

 “The only position that leaves me with no cognitive dissonance is atheism. It is not a creed. Death is certain, replacing both the siren-song of Paradise and the dread of Hell. Life on this earth, with all its mystery and beauty and pain, is then to be lived far more intensely: we stumble and get up, we are sad, confident, insecure, feel loneliness and joy and love. There is nothing more; but I want nothing more.”

― Ayaan Hirsi Ali, Infedele.

Ogni tanto bisogna spargere amore – ma in maniera selezionata. Ecco una lista di persone che sono felice che esistano. I primi sono quelli che offrono da bere (se non lo fate mai, o siete incredibilmente poveri o incredibilmente aridi).

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“So bene quel che fuggo, ma non quel che cerco”, diceva Montaigne. La lista delle persone che mi piacciono ha avuto decisamente una gestazione più travagliata.

 

Quelli che offrono da bere.

Quelli che sanno cambiare idea.

Quelli che sanno stare zitti piuttosto che parlare del tempo – è inverno fa freddo, è estate c’è l’afa – ma dai?

Quelli che fanno beneficenza ma non lo dicono.

Quelli che sembrano ancora avere dei segreti.

Quelli che non pensano e parlano per luoghi comuni.

Quelli che ringraziano il dottore e non dio perché sono guariti.

Quelli che dormono in maglietta.

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Martin Parr, A dog with sunglasses on, Venice Beach, California, USA.

Quelli che sanno che dire tutto quello che passa per la testa in nome di una presunta sincerità è una gran cagata.

Quelli che i soldi vanno e vengono.

Quelli che hanno delle idee, o almeno ci provano.

Quelli che sanno che l’obiettività è un’utopia ma bisogna comunque tentare.

Quelli che usano il congiuntivo e il preservativo (Jovanotti non mi rubare questa rima idiota).

Quelli che sanno che alla fine in bagno e nella tomba siam tutti uguali, qualsiasi classe sociale, conto in banca o faccia abbiamo.

Quelli che non si cibano dei fatti altrui per crearsi una vita propria.

Quelli che vivono una vita anche se hanno il raffreddore! Siam fatti di cartapesta?

Quelli che se non hanno voglia di uscire non escono e così non rovinano l’atmosfera. Grazie.

Quelli che sono famosi ma non scrivono libridimerda.

Quelli che leggono. Ma non cagate. Meglio non leggere che leggere Baricco.

Quelli che la mattina appena svegli sanno stare zitti. Grazie.

Quelli che quando dici che hai l’emicrania ti credono.

Quelli (uomini & donne che siano) che non trattano le donne come animali in via d’estinzione, faune speciali, esseri da proteggere.

Quelli che s’impegnano nel sociale senza diventare dei profeti spacca maroni.

Quelli che sanno ritirarsi quando è il momento.

Quelli che sanno che la depressione è una malattia, non un capriccio, non una debolezza.

Quelli pro-eutanasia, aborto, pro-scelta individuale. Grazie.

Quelli che onorano i debiti.

Quelli che se ne fregano se sei gay, eterosessuale, bisessuale, ermafrodita, trans. Affari tuoi.

Quelli a cui non manca Roberto Saviano.  Anzi.

Quelli a cui manca Indro Montanelli.

 

Quelli per il “vivi e lascia vivere”.

Quelli che fanno figli e li lasciano liberi.20140923-173613.jpg

Quelli che preferivano il primo Benigni a tutto quello che è venuto dopo.

Quelli che non fanno figli.

Quelli che volo ut sis.

Quelli rilassati ma non imbalsamati.

Quelli che si alzano per dare il posto a vecchi e donne incinte e decrepiti.

Quelli che se arrivi in ritardo di dieci minuti non se ne accorgono nemmeno.

Quelli che molto meglio Monica Vitti di Sofia Loren.

Quelli che ci  tengono ai propri neuroni, in un modo o nell’altro.

Quelli che sanno che l’empatia non è una malattia.

Quelli che mi hanno insegnato qualcosa.

Quelli che cercano di essere razionali anche quando piove merda.

Quelli che rispettano la mia libertà.

Quelli che leggono il mio blog, of course. I LOVE YOU

 

 

Una lista di persone che proprio non reggo. Perché a volte bisogna essere concreti.

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 Quando non basta l’odio generalizzato.

Non sopporto niente e nessuno.
Neanche me stesso. Soprattutto me stesso.
Solo una cosa sopporto.
La sfumatore.

Paolo Sorrentino – Hanno tutti ragione

 

Un po’  di tempo fa ero seduta al pub con amici ed è passata davanti a noi questa donna, che dire, fantastica: non puoi che essere fantastica per essere inglese e tatuarti la parola ODIO (in italiano) sul polpaccio. Le ho perdonato anche che fosse tamarra e avesse un’abbronzatura color mattone. Ecco ODIO. Mia madre mi ha insegnato a cercare di voler bene a tutti, mio padre ad essere tollerante, ma con questo non posso negare via siano delle categorie che proprio non posso soffrire.

Ecco una  lista, perchè a volte bisogna essere concreti. Non ci sono tutti, ovviamente.

    • quelli che ti parlano a piedi nudi, perchè magari è estate, e mentre ti parlano si toccano le dita dei piedi.
    • quelli che dicono di scrivere e leggono un libro all’anno – se va bene – e magari è Baricco.
    • i viscidi – e parlo di tutti i viscidi del mondo.
    • quelli dell’apericena.
    • quelli che si chiamano “amore” “amore” “amore”. Tutto sto amore non so perché…
    • quelli che ti aggiornano su Facebook che hanno l’influenza o il raffreddore.
    • quelli che pippano, ma “No l’acqua frizzante fa male, e la carne la mangio solo biologica”.
    • quelli che stanno con la Palestina o Israele (non è una partita di calcio)  e non sanno manco dove stia Israele sulla carta geografica.
    • quelli che dicono che La Grande Bellezza è bello.
    • quelli che fanno le code di notte davanti alla Apple per prendere l’ultimo modello di IPhone – Un 9310 a vita, vi darei!20140904-122007.jpg
    • quelli che si mettono la pelliccia. Non sono animalista, ma mi chiedo, nel 2014 c’è ancora bisogno della pelliccia?
    • quelli che hanno i Suv, ma i denti gialli.
    • quelli che prendono i biglietti dei concerti o degli spettacoli in anticipo di mesi e così tu – meno organizzato – non riesci mai a trovare un biglietto . Ma dico avete una vita? Vivete per comprare i tickets?
    • quelli che pensano che la Bignardi faccia delle belle interviste. Ussignur! Meglio Pippo Baudo.
    • quelli che ringraziano per l’amicizia su Facebook. Guarda che non ti ha invitato a cena, ha solo cliccato su “accetta” e come minimo immediatamente depennato dalla bacheca.
    • quelli che dicono che i dottori sono inaffidabili, che l’omeopatia è meglio e poi quando stanno male dove vanno? Dal dottore.
    • quelli che fotografano il cibo, e a volte i piatti sono veramente disgustosi da vedere. Pornografia di basso livello.
    • le fighe e i fighi di legno.
    • quelli che soffrono di acuto vittimismo.
    • quelli che pensano che la gelosia in amore sia sana.
    • i fidanzati/mariti che accompagnano le corrispettive fidanzate/mogli a fare shopping. Non so se odiarli o compatirli.
    • quelli che dicono che i drogati dovrebbero morire tutti e ogni giorno si fanno di Lexotan e gin tonic.
    • quelli che si tatuano la faccia di Michael Jackson, quelli che si tatuano la faccia dei figli.
    • quelli che sono contro le multinazionali, contro il sistema, e magari non lavorano e poi ti vengono a chiedere una sigaretta, e magari è una Marlboro, e loro la prendono, e poi  ti chiedono dei soldi, e glieli dai, e magari lavori per Mc Donalds.
    • quelli che fanno le liste. Basta liste. Anche questa lista.
    • quelli che pensano che Fabio Fazio faccia televisione di qualità.
    • quelli che bevono la birra analcolica e mangiano il gelato light.
    • quelli che mettono le H a caso, e magari fanno anche gli intellettuali e ti illustrano le loro idee politiche.
    • quelli che ogni volta che ti vedono ti dicono “come sei dimagrito” o “come ti vedo bene”. Non posso esser dimagrita ogni volta! Sarei scomparsa.
    • quelli che guardano le Iene con convinzione.
    • le Iene.
    • quelli che rispondono alle domande su Yahoo. Anzi, no, GRAZIE DI ESISTERE.
    • quelli che fanno le domande su Yahoo.
    • quelli che parlano ad alta voce al telefono sui mezzi di trasporto e a te tocca ascoltare cose di cui veramente faresti a meno.
    • quelli che hanno la doppia vita. Quella su Facebook e quella reale ( e la reale è sempre molto, molto peggio).
    • quelli che hanno un’opinione su tutto.
    • i fashion bloggers. tutti. TUTTI.
    • quelli che ti dicono che sono vegetariani e poi ordinano un hamburger- “Ogni tanto devo mangiare la carne”. Allora NON sei vegetariano. Semplice.
    • le persone che straparlano di aborto.
    • quelli che fanno le code per andare a vedere i film dei fratelli Muccino (molto meglio i Vanzina).
    • quelli che leggono le liste.

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Xanax & Resiliance – The fight is always worth it

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Courage is resistance to fear, mastery of fear, not absence of fear  – 
Mark Twain
In the midst of winter, I found there was, within me, an invincible summer 
Albert Camus 
 
Resiliance /rɪˈzɪlɪəns:  1) The ability of a substance or object to spring back into shape; elasticity:
                                         2) The capacity to recover from difficulties; toughness:
 

 

After her first minor victory, Sandra gets in her car with her husband, reaches for his hand and smiles. For me it was one of the most intense moments of Two days, One night – the last film by  Dardenne brothers, with Marion Cotillard -: there for the first time we can see a fragment of relaxation and hope.  Although just for a while, the depression of Sandra seems to loosen its grip.

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Two days, One night is a small-town odyssey of a woman struggling both with herself and with the outside world.  Sandra is a working-class woman who is facing redundancy at work. Her colleagues have voted and opted for a € 1000 bonus each, instead of  having Sandra back to work after her absence due to her illness. She – helped by her doting husband and a friend – convinces the employer to hold a new vote.

“Fight for your job” pushes her husband. Sandra has two days to meet all of her colleagues (going home by home) trying to convince them to be in her side, refusing the money. During her weekend jaunt, she sees the best of humanity in additions to the worst. Her attempt to save her job has no smooth path: Sandra falls down many times, sometimes she gets up, others she dramatically buckles,  but eventually she finds her way out.

More importantly, we see Sandra to slowly find a new strength in herself, to find her summer. Forget happy ending, forget easy solutions:  Dardennes show us how Sandra’s path to knowledge and salvation is fragile and rough. They show us her resiliance – after a period of misery –  something that can be traced back in some way, even when the locked door and the box of the Xanax seem to be the only possible friends.

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Two days, One night is a movie to show all idiots who still believe that depression is a fad, that depression in not a sickness, that it is just a matter of sadness. Sandra is not an illusion, and when she says “I do not exist,” we can just trust her.

 

BTW I love Marion Cotillard from Inception to Rust and Bones to this last miracle, she is always superb (although the recent The Immigrant is crap, but not for her fault)

 

 

 

 

“All by myself” shut up! Reasons to be alone

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The song  “All by myself ”  is really full of   clichés around loneliness & love.  When Celin Dion gives her touch is even worse.  “When I was young/  I never needed anyone/ And making love was just for fun/ Those days are gone”. What? Please, shut up. 

They say that happiness has to be shared. They say. However I still think that I couldn’t be nice and relaxed and happy with people if I had not my portion of aloneness. I need it to function. To be alone is not to be lonely. Unfortunately in Italian we don’t have these 2 different words to define that difference, and then you are solo in both cases, leading to the assumption that if you are alone, you must be lonely.

 

We all have our own reasons to be alone. In my case I don’t like just wasting my time on some assholes.

                      M. F. Moonzajer 

 Perhaps the primary distinction of the artist is that he must actively cultivate that state which most men, necessarily, must avoid; the state of being alone. That all men are, when the chips are down, alone, is a banality — a banality because it is very frequently stated, but very rarely, on the evidence, believed. Most of us are not compelled to linger with the knowledge of our aloneness, for it is a knowledge that can paralyze all action in this world.

                       James Baldwin

 

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Robert Frank, Elevator, Miami Beach, 1955

 

 Do not whine.. Do not complain. Work harder. Spend more time alone

                      Joan Didion, Blue Nights 

 

Orlando naturally loved solitary places, vast views, and to feel himself for ever and ever and ever alone.

                     Virginia Woolf – Orlando 

 

I cannot live with someone who can’t live without me.

                     Nadine Gordimer

FACE THE FEAR- About Mortality by Christopher Hitchens

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“There are all too many things that could kill you, do not kill you and then leave you considerably weaker ,” wrote the English writer Christopher Hitchens in Mortality (Atlantic Books, 2012) , a collection of reflections – some published in Vanity Fair – written during his terminal cancer. During his life as a journalist and writer Hitchens has never been afraid to call in question everything – even Mother Teresa – with courage and his clever dialectic. In his Walking Dead (his cancer was discovered when it was already at the fourth stage ) he reflects on the Nietzschean maximum “whatever does notkill me makes me stronger”, held during all his life as a “reliable saying”, but now – face to face with his own irrevocable finitude – he can only say that in the physical “brutal word” this is not true. There is no strength in losing hair, weight and appetite. “Will I really not live to see my children married ? To watch the World Trade Center rise again? To read – if not indeed to write – the obituaries of elderly villains like Henry Kissinger and Joseph Ratzinger ?”. He becomes conscious of his death. What will remain after this dramatic relevation?

In this diary we can see clearly what lasts: the power of the word – ” freedom of speech ” – the power of knowledge, even when this is denied because nothing and nobody can give you an answer. Hitchens does not abandon his faith in science even when medicine is not able to help him stay alive. Mortality is a lucid journey without return – sometimes as rough as a medical chart, at others so touching . However, Hitchens remains Hitchens even here: the writer’s polemical verve and independence do not lose their force even in the pages that reveal his weakness: “To the dumb question ‘ Why me ?’ , the cosmos barely bothers to return the reply : ‘Why not?’ ” .

 

Liberi tutti! Quando la letteratura americana mi ha salvato da un acuto malessere esistenziale

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by Anna Vallarino

 

“As for me, I am tormented with an everlasting itch for things remote. I love to sail forbidden seas, and land on barbarous coasts ”
― Herman MelvilleMoby-Dick; or, The Whale

 

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Ho sempre avuto una predilizione per la letteratura americana. Non posso negare il potere che hanno avuto su di me ragazzina libri come On the Road di Kerouac, Howl di Ginsberg, Ariel di Sylvia Plath o le poesie di Anne Sexton, Tropic of Cancer di Miller, The Age of Innocence di Wharton, Naked Lunch di Burroughs (e ve li scrivo così, come mi vengono). Forse perché vivevo in un piccolo paese sulla costa ligure, e il mio viaggio era il treno per andare al liceo a Genova e le vacanze estive. Fu una liberazione scoprire  di sbronze liberatorie, viaggi per viaggiare senza scopo, sesso senza morale. Libertà dalla morale, libertà di esprimermi anche se non scrivevo in endecasillabi. Libertà.  Sarà tutta un’illusione sto sogno americano e tutta questa libertà, ma diamine mi ha regalato linfa vitale.

 

Libri Sì: Manuale della perfetta gentildonna di Busi. Che le donne si liberino da loro stesse!

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by Anna Vallarino

Vieni mia cara Maddalena, mia cara ex puttana ex utero ex santa ex serva, si parte verso l’utopia. Stiamo per spiccare il volo non verso E.T. ma verso TE. 

Non è un libro solo per donne.  Aldo Busi docet. Un Manuale adorabile, soprattutto in tempi in cui la fervente cattolica Costanza Miriano riesce a vendere con libri come Sposati e sii sottomessa, e il recente, Obbedire è meglio. Se volete un antidoto a questo ridicolo richiamo all’ordine e al femminismo moralista delle intellettuali di sinistra italiane (che è ancora più nocivo della Miriano, vestito come è di progressismo, ma di quello per bene) ecco un libro per voi.

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Chi è la perfetta Gentildonna? E’ la donna che si libera, finalmente. Se è vero che ormai le donne non siano più tenute a circoscrivere la loro esistenza “fra santità, prostituzione e maternità”, troppo stesso sono loro le prime a rinchiudersi nel loro orticello mentale, dove pare che possano avere una dignità solo se accessoriate di un compagno o un marito che le difenda, dove pare che possano governare solo se qualcuno è così magnanimo da dare loro le quote rosa, dove pare che non avere un figlio significhi essere meno donna, e non invece, avere semplicemente il tempo nelle proprie mani, e nessuna pretesa di santificazione o crocifissione in nome di un figlio che manco ha chiesto di venire al mondo.

Busi invita tutte le donne, di tutte le età e professioni, a decidersi di essere libere, e non liberte. Soprattutto a non essere più:

 una macchina d’ amore che gira a vuoto, una filatrice di sentimenti a senso unico, una donna malinconica che le ristrettezze del focolare e dei suoi interessi pipì-popò-papà relega a produrre pensieri di felicità nel chiuso della sua mente. 

L’amore? L’amore è bellissimo ma non può divenire la missione di nessuno, e bisogna che quelle donne che semplificano l’amore riducendolo a “una manna dal cielo”, a un porto sicuro di realizzazione, si sveglino.

 La mia moderna Maddalena, inoltre, non si accontenta più di un uomo perché bisogna avere un uomo tanto per averlo e sentirsi normali: basta con le mezze seghe, è preferibile un intero ditalino.

Quello che la Gentildonna deve chiedere è il rispetto, la pretesa di essere considerata persona, perché:

essere rispettata e considerata nei luoghi in cui il rispetto ha valore, assemblee sindacali, comizi elettorali, fabbriche e uffici, mezzi pubblici e la strada, è la garanzia di non essere rispettata nel luogo in cui sarebbe controproducente a un bell’ orgasmo. Rispettare una donna a letto è un’ eredità del bigottismo, del senso di colpa, del mammismo da gallismo italiano..

Liberiamoci, liberiamoci soprattutto da noi stesse, da tutto il nostro cocco-de e cocco-da su quello che dovremmo essere per gli altri.  Questo di Busi è un richiamo alla realtà, un manuale di sopravvivenza. E che la Miriano si sottometta da sola. Io preferisco sottomettermi a letto, se e quando ne ho voglia, e non certo per accondiscendere un marito che non ho, e che se mai avrò, sarà un perfetto Gentiluomo, non una mezza sega.

4 libri scritti da donne per le donne – da evitare – Dal moralismo femminista che alla fine propone la solita divisione prostitute e sante alle campagne contro la plastica facciale e i magazine femminili – è questa la strada per essere libere?

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by Anna Vallarino

Tanto per cercare di capirci qualcosa di femminismo – dall’essere donna nel e del mio tempo alle libertà acquisite (e quelle che dobbiamo acquisire) e altre non piccole questioni – mi sono dedicata alla lettura di alcuni libri, diciamo quelli più in auge, che toccassero queste tematiche. Ho avuto delle piacevoli e illuminanti scoperte, alcune conferme e mi sono trovata a leggere libri che mi hanno infastidito, talmente parlavano a me lettrice come se fossi un’idiota, l’idiota femminile che grazie a quel libro avrebbe finalmente scoperto il talamo segreto dell’essere femminile. Perchè se vogliamo dirla tutta, i libri che ci dicono come dovremmo essere per essere donne autentiche (ancora devo capire che diavolo voglia dire)- anti magazine femminili, anti tv, anti Olgettine, anti chirurgia plastica – non sono altro che l’altra faccia della medaglia dei vecchi miti moralisti e tradizionalisti – sebbene vestiti di laicità. Ecco qua sotto 4 libri che hanno venduto molto, e che invece di illuminarmi mi hanno fatto venir voglia di abbracciare tutte le zoccole e le donne rifatte d’Italia e del mondo. Perchè se c’è una strada da percorrere, non credo sia quella del moralismo, ma quella della libertà individuale, della scelta, che si tratti di un paio di tette, di un posto di lavoro o di una maternità.

 

Sii bella e stai zitta – Michela Marzano – La filosofa espatriata in Francia viene in Italia per educare le povere italiane, vittime di sessismo, stereotipie televisive e mercificazioni varie – e notate bene, pubblicando con Mondadori. Nessuno dice che in Italia qualche problema vi sia, nessuno smentisce che qualcosa sia necessario fare perchè vi sia un’equità nel mondo del lavoro e della società, ma avevamo proprio bisogno della Marzano che ci spiegasse cosa è la pillola, cosa è un transessuale e cos’è un aborto? Avremo anche un sacco di pubblicità con culi e tette, ma suvvia Marzano, questo tono paternalistico da maestrina dà veramente fastidio. Best-seller che ben rappresenta il femminismo moralista tanto in auge in Italia. Per la serie, una maniera diversa di proporre il tradizionale bigottismo Made in Italy.

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Il mito della bellezza – Naomi Wolf Sarebbe bellissimo credere che il mito della bellezza femminile sia nato ai giorni nostri, spalla a spalla con i media di massa. Invece il mito della bellezza c’è da sempre – pur se in diverse forme – ed è anche un mero fatto biologico. La paladina del no logo, studentessa anche di Bloom, è divenuta famosa in patria con questo libro – pubblicato nel 1994- in cui tutto – dalle malattie alimentari al conformismo estetico – sembra essere colpa del quarto potere, e non vi è traccia né di Narciso né di Afrodite.

 

Il corpo delle donne – Lorella Zanardo – A seguito del celebre documentario ecco il libro. Altro bell’esempio di femminismo moralista italiano. Le donna da bene sono quelle naturali (magari vestite alla francescana). Le donne da bene non hanno le bocche rifatte e non vanno in televisione. Dire che la chirurgia estetica sia il burqa del mondo occidentale è più che forzato. Vedete Claudio Baglioni all’ultimo Sanremo. Di nuovo, l’escamotage per criticare è semplificare il problema. Renderlo tutto una questione di autenticità. Chi può dire che una donna con la bocca rifatta sia più autentica di me o di te? Chi sono per giudicare? E’ questa la strada da percorrere? Le donne della tv commerciale sono tutte troie (poverine!) che non hanno le facoltà intellettuali per farcela e noi che fatichiamo, lavoriamo, noi donne da bene – mai andate in tv – sante? #piccolaitalia nuovamente classista.

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The Vagenda – appena uscito in Gran Bretagna, è il libro nato dal blog femminista di due giovani giornaliste, Rhiannon Lucy Closset e Holly Baxter. Arrabbiatissime con le riviste femminili, per 300 pagine non fanno che criticare tutti i contenuti standard dei magazine: dall’ossessione per le celebrities al sessismo delle pubblicità alle rubriche dietetiche. Non dico che le riviste femminili siano illuminanti – anzi – ma non posso neanche credere che loro siano la fonte dei mali – semmai un sintomo. Il maggiore punto di riferimento di The Vagenda sembra Il Mito delle bellezza della Wolf , e qua già molto si dice. Per il resto, giovane patrocinio di due giornaliste che prendono un pò troppo seriamente Grazia e co. Semmai il problema non sono le rivistema le donne che le leggono come se fossero la Bibbia. O no?! E le riviste maschili? Potrebbero scriverci sopra un altro libro.

 

A seguito i 4 libri da leggere